Welink Accountants Welink Accountants
societa-capitali-societaria

SOCIETA’ DI CAPITALI A RISTRETTA BASE SOCIETARIA: ACCERTAMENTO AL SOCIO

Ai fini fiscali i redditi di partecipazione nelle società semplici, in nome collettivo e in accomandita semplice, sono imputati a ciascun socio in proporzine  alla quota di partecipazione (art. 5 del TUIR); sono, invece, redditi di capitale gli utili derivanti dalla partecipazione al capitale o al patrimonio delle società ed enti soggetti all’imposta sul reddito delle società (art. 44, comma 1, lettera e, del TUIR).


A questa chiara e puntuale normativa e, in assenza di una norma specifica, la costante giurisprudenza della Suprema Corte è stata quella di imputare ai soci di una società di capitale a ristretta base societaria, il maggior reddito presunto accertato a carico della società, ciò in quanto si presuppone che fra i soci intercorrono rapporti personali o familiari tali da presumere una forte complicità tra di loro e reciproco controllo nella gestione sociale.

 

L’attribuzione ai soci  di questo maggior reddito presuntivamente accertato non deriva soltanto dalla sola constatazione di essere in presenza di una società a ristretta base societaria, ma necessita di ulteriori elementi di prova. Dopo che l’Agenzia delle Entrate ha dimostrato la ristretta base societaria, il socio può superare la presunzione provando che i maggiori utili accertati a suo carico non sono stati distribuiti, ma reinvestiti, oppure dimostrare la propria estraneità nella gestione societaria (Cassazione, ordinanza n. 21142/2018).

 

L’orientamento giurisprudenziale, inoltre, non è quello di presumere che i maggiori utili accertati in capo alla società vengono attribuiti ai soci secondo il principio della “trasparenza fiscale” come nelle società di persone quali redditi di partecipazione, ma vengono considerati come “distribuzione di utili” e, quindi, redditi di capitale, anche se, come precisato in precedenza, in questo tipo di società per le obbligazioni, comprese quelle tributarie, non vi è alcuna norma che implichi una responsabilità a carico dei soci, ma viene desunta dalla giurisprudenza.

 

La mancata responsabilità dei soci, tuttavia, impedirebbe all’Agenzia delle Entrate di recuperare le imposte dovute dalla società nella ipotesi che questa non sia in possesso di beni o di liquidità tali da potere soddisfare il credito vantato dall’Erario e, quindi, rettifica la dichiarazione del socio, il quale deve valutare le possibilità che ha di difendersi, specialmente quello di dimostrare che la società non ha prodotto utili non contabilizzati e, di conseguenza, il venir meno della presunzione di un maggior reddito a lui imputabile. 

 

Se l’accertamento notificato alla società viene contestato, il socio non è parte nel giudizio e non può emettere alcun atto a sua difesa. Pertanto bisogna sapere quali possibilità ha il socio di venire a conoscenza degli atti impositivi emessi dall’Ente impositore e la ricaduta che ha tale accertamento nei suoi confronti. Sull’argomento è intervenuta la Cassazione che ha previsto l’utilizzo della sospensione del processo a norma dell’art. 39 del D.Lgs n. 546/1992 che consente al socio al quale è stata notificata la rettifica fiscale, di richiedere alla Commissione Tributaria, presso cui pende la controversia, la sospensione del giudizio a suo carico fino a quando non sarà concluso il contenzioso promosso dalla società (Cassazione, sentenza n. 2214/2011; n. 30568/2017 e n. 16545/2019). Altra possibilità data al socio è quella di richiedere alla Commissione, ove accordata, la riunione dei due procedimenti a norma dell’art. 29 del D.Lgs n. 546/1992.

 

Prima di ogni cosa bisogna sapere che le eventuali doglianze fatte valere dal socio sulla omessa allegazione dell’avviso di rettifica emesso a carico della società, sono state censurate dalla Suprema Corte che ha escluso la sussistenza del vizio di motivazione in quanto tale obbligo è soddisfatto se nell’avviso di accertamento del socio viene fatto un rinvio per relationem a quello della società, ma non può sollevare censure sui rilievi mossi alla società (Cassazione, sentenza n. 33195/2019). Nella prassi l’Agenzia delle Entrate si limita a rettificare la dichiarazione dei redditi presentata dalla società a ristretta base sociale e ribaltare sul socio, pro quota, il maggior reddito accertato considerandolo, come precisato in precedenza, un reddito di capitale. In merito si è espressa la Suprema Corte che  ha categoricamente escluso la sussistenza di un litisconsorzio necessario tra la società e il socio in quanto non previsto dalla legge (SS.UU. sentenza n. 14185/2008). 

 

Altra ipotesi da prendere in considerazione è quella in cui l’atto impositivo notificato alla società si rende definitivo e, pertanto, l’accertamento notificato al socio rimane l’unico giudizio pendente. Nella prospettata fattispecie il socio non ha alcun titolo per contestare nel merito il maggior reddito a lui attribuito, può soltanto sostenere, anche se è difficilmente dimostrabile, che il maggior reddito accertato presuntivamente nei confronti della società non è stato percepito, ma è stato accantonato o reinvestito (Cassazione, sentenza n. 15828/2016). Alla stessa conclusione si perviene anche nel caso di una sentenza, anche se non definitiva, sfavorevole alla società.

 

Nella fattispecie, invece, di una sentenza divenuta definitiva nel giudizio promosso dalla società che esclude il conseguimento di maggiori ricavi non contabilizzati, il socio la può utilizzare come prova a suo favore per contestare i presunti maggiori utili a lui attribuiti (Cassazione, ordinanza n. 30568/2017).

 

Da ultimo è doveroso ricordare il contenuto dell’ordinanza della Suprema Corte n. 4239/2022, nella quale viene precisato che è nullo l’accertamento emesso a carico del socio di una società a ristretta base sociale, se questo risulta essere uscito dalla compagine societaria alla data in cui viene notificato l’accertamento alla società e l’avviso notificato al socio è privo della motivazione della rettifica fiscale.   

 

In definitiva il granitico orientamento della giurisprudenza di legittimità lascia poche possibilità al socio di partecipare alla controversia incardinata dalla società al fine di svolgere una difesa nell’accertamento a lui notificato, ciò in palese violazione del principio costituzionale contenuto nell’art. 24 e della capacità contributiva disciplinata dal successivo art. 53. Pertanto sarebbe auspicabile che il legislatore intervenisse nella materia a tutela dei diritti del contribuente nei confronti del fisco, anche in attuazione dei principi contenuti nello “Statuto del contribuente” (legge 27 luglio 2000, n. 212).   

 

Da ultimo si segnala, anche se riferito a illecito penale, la recente sentenza della Cassazione n. 9006 della V sezione penale, emessa il 17.3.2022 con la quale si afferma che, nei casi di reato per lesioni colpose, la cancellazione di una società dal Registro delle Imprese non comporta l’estinzione dell’illecito commesso, ma trasferisce ai soci tale responsabilità ex D.Lgs n. 231 dell’8.6.2001 in quanto le sanzioni amministrative rimangono a loro carico.

Sei un Commercialista?

Fai conoscere il tuo Studio su Welink Accountants