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La bolla del Dot-com: la crisi che sconvolse il settore informatico

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La bolla del Dot-com: cosa successe il 10 marzo del 2000

Appena un’opportunità di guadagno si palesa, si assiste alla nascita di aziende pronte a fiondarsi nel nuovo mercato. Basti pensare a cosa successe nel XVI secolo con i tulipani, nel 1940 con il boom ferroviario o nel 1980 con la nascita dei personal computer.

 

In particolare, con l’avvento dell’informatica le possibilità di guadagno diventarono tantissime e chi aveva anche minime capacità si fiondò nella creazione di una qualche azienda con l’intento di guadagnare. Ma inizio del 2000 la bolla speculativa del Dot-com esplose, facendo sprofondare nella crisi l’intero settore.

La nascita della New Economy

La New Economy nacque nel 1994 grazie alla quotazione di Netscape. La nota azienda sviluppò il Netscape Navigator, quello che fu il primo browser di successo e che permise la nascita di numerose aziende che gravitavano intorno al settore informatico chiamate proprio Dot-com companies.

 

Per poter prosperare, queste nuove aziende avevano bisogno di un capitale. Iniziò quindi una corsa alla ricerca di investitori: molti si affidarono al venture capital, altri ad investimenti privati... insomma, gli investitori non mancavano. La novità fu infatti un fortissimo richiamo per molti che avevano la possibilità di mettere a disposizione un capitale da poter far fruttare.

 

Ma c’è un però: se alcune di queste compagnie erano ben strutturate, con un preciso piano aziendale, altre erano prive di qualsivoglia organizzazione e molte non avevano introiti. Molti investimenti si basarono quindi su quelle che erano unicamente le prospettive future.

Lo scoppio della bolla

Dal 1994 al 2000 gli investitori che decidevano di finanziare le aziende Dot-com erano tantissimi ma ad un certo punto questa corsa all’investimento si fermò: gli investitori disposti a pagare cifre esorbitanti per le azioni erano sempre di meno e le aziende iniziarono a risentire della mancanza di finanziamenti.

 

Lo scoppio della bolla avvenne il 10 marzo del 2000: il NASDAQ raggiunse il suo punto massimo a 5132.52 punti nel trading intraday prima di chiudere a 5048.62 punti.

 

La causa non fu soltanto la mancanza di investitori, ma anche la pubblicazione dei report da parte di numerose aziende che si rivelarono essere inconcludenti e prive di qualsiasi introito.

 

I giorni successivi furono caratterizzati da un fenomeno chiamato “panic selling”: gli investitori capirono di aver investito male i propri soldi e, per recuperare almeno in parte il capitale, iniziarono a svendere le proprie azioni. Questa vendita massiccia di azioni causò un crollo in borsa del NASDAQ che perse in tre giorni circa il 9%.

 

Con lo scoppio della bolla, molte delle aziende Dot-com fallirono, altre, anche se in seguito diventarono aziende solide, subirono un durissimo colpo. Tra queste vi è la Cisco, le cui azioni persero circa l’86% o Amazon che vide le proprie azioni scendere da 107 a 7 dollari.

L’effetto gregge

Quattro anni dopo lo scoppio della bolla del Dot-com, solo poche aziende sopravvissero.

Ma come andò per gli investitori?

Investire non è cosa facile. Questo è un settore impervio che talvolta illude che si possano fare soldi facili. Ed è proprio questo che successe con le aziende Dot-com: erano una novità, avevano un enorme potenziale e per molti rappresentavano un potenziale tesoro.

 

Gli investimenti di quegli anni nel settore informatico furono di massa. Possiamo parlare di effetto gregge sia prima, con gli investimenti, sia dopo, con il panic selling.

 

All’inizio, infatti, molti iniziarono ad investire nel settore, senza verificare le reali capacità delle aziende. Furono investimenti fatti di pancia, dettati dall’euforia del momento. E più erano gli investitori, più altri pensavano che fosse quello il modo giusto di investire il proprio denaro. Seguirono appunto il gregge.

 

Quando la bolla scoppiò, ancora una volta il comportamento degli investitori fu dettato dalle emozioni: il panic selling, la vendita di massa delle azioni, sembrava la cosa migliore da fare. In massa, tutti gli investitori, vendettero le proprie azioni. 

 

Ci fu però chi decise di fare scelte ponderate: il perso è perso, perché non rischiare fino in fondo? E così ci fu chi magari decise di non vendere le proprie azioni Cisco o Amazon. Quelle di quest’ultima nei dieci anni dopo lo scoppio della bolla passarono da 7 a 950 dollari, fino ad arrivare ad oggi, quando il costo di ogni singola azione vale ben 1700 dollari.

 

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